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Bazure, sagae e lengere: le streghe della Liguria

Aggiornamento: 12 giu 2023

Tra le figure che popolano il folklore ligure, la bàzura – anche detta bàgiua, bàggiura o bàsura, a seconda delle zone – è certamente la più conosciuta, protagonista di innumerevoli storie popolari di fantasia, ma anche di capitoli storici reali assai tristi e ampiamente documentati (si pensi ai terribili processi che hanno reso Triora la Salem d’Europa).

Come accade in ogni regione d’Italia e nelle culture di tutto il mondo, anche in Liguria la strega ha assunto caratteristiche e connotazioni particolari, forse a tratti persino uniche.

Al riguardo, molto può essere raccontato già dai nomi dialettali con i quali venivano definite e identificate queste donne dai poteri straordinari e sovrannaturali.

Nei documenti e nei racconti compaiono come fautüréire, fattucchiere, quando lanciano fatture o malefici sul bestiame, sui bambini o sui compaesani servendosi di feticci. Questo termine, quindi, indica la strega per lo più malvagia. In alcuni casi, arriva a figurare anche la maga, colei che con le sue arti può amarià – ammaliare, incantare – gli sprovveduti.

Francisco Goya

Pare che, anticamente, la strega e la maga benefiche, così come pure la fata, fossero chiamate tutte e senza distinzioni con il termine generico con cui oggi si conoscono le streghe liguri (anche le malefiche), ovvero bazure. Un termine, questo, che etimologicamente non solo rimanda ai culti più arcaici delle acque e della fertilità, ma anche alle zone boschive e al mistero. Ci troviamo dinnanzi a un’evidente risemantizzazione della figura della donna di conoscenza, di colei che viveva in perfetto allineamento con i cicli naturali, penetrandone regole e segreti.

E c’è un ultimo termine che ancora sopravvive in certi racconti liguri, un nome spiccatamente latino: saga (plur. sagae), ovvero la donna saggia, in grado di leggere e interpretare i presagi, dalla sofisticata sensibilità e dalle doti oracolari, capace anche di penetrare la Verità insita nelle cose con uno sguardo unico su tutto ciò che è “oltre”.

Medea, George Romney

Parlando invece dei tratti fisici e somatici che permettevano di riconoscerla, c’erano sicuramente i capelli rossi. Permane ancora un detto che fa comprendere la credenza cieca nell’indiscussa demonicità di questo colore: de pé russu mancu a vacca [1] (di pelo rosso nemmeno la vacca), a indicare che tutto ciò che portava questa tinta possedeva il marchio del demonio. E ancora oggi, tra le valli dell’entroterra ligure, non è semplice incontrare bovini che non siano di colore bianco.

L’immaginario popolare dipinge le bazure come donne anziane e dall’aspetto orribile, col volto solcato da rughe profonde, l’espressione arcigna e lo sguardo carico di oscurità, spesso sdentate e coi capelli lunghi, ispidi e orridamente aggrovigliati. La lunghezza della chioma faceva parte del patto che elle stringevano con il demonio, poiché attraverso di essa il maligno assicurava loro la totale immunità al dolore e l’insensibilità a qualsiasi tipo di tormento fisico [2].

Si era bazure fin dalla nascita: erano considerate tali le figlie uniche di una madre che non aveva generato maschi[3]. Un fatto curioso su cui soffermarsi a riflettere, questo, se si pensa che i figli maschi erano considerati doni del cielo, poiché le loro braccia portavano sostegno alla famiglia, perpetuandone anche il nome e la discendenza. Al contrario, non possederne significava non avere eredi e ciò, in certi casi, era considerato al pari di una disgrazia. L’unica femmina emersa dall’utero materno, dunque, senza ombra di dubbio doveva essere stata generata dall’inferno e appartenere al male, poiché la sua gestazione aveva maledetto il grembo della madre e, con esso, tutta la sua famiglia.

Ma esistevano casi in cui i poteri malefici potevano essere acquisiti… e ciò accadeva soprattutto alle figlie di altre streghe o a quelle donne che si lasciavano corrodere dall’odio, dalla disperazione, dall’invidia, dall’avidità. In tal caso, venivano definite léndere o lengére, megere.

La strega di Mallegem, P. Bruegel

Al contrario di ciò che l’immaginario popolare racconta, le vere bazure furono spesso donne molto belle, arricchitesi notevolmente grazie a commerci illeciti[4]. Per queste caratteristiche divennero oggetto e bersaglio di invidie e gelosie da parte di chi riconosceva in esse un pericolo o una minaccia. Ed erano certamente anche levatrici, ostetriche, guaritrici… profonde conoscitrici della vita, della morte e del sottile confine che le delinea. Conoscevano i rimedi a tutti i disturbi della sfera femminile: erano in grado di rimediare ai problemi di natura mestruale, di improvvisare contraccettivi, di indurre l’aborto e di confezionare le cosiddette “acque della castità” così come gli afrodisiaci[5]. Possedevano conoscenze empiriche preziose che si dimostravano utili in svariate occasioni e in alcune leggende compaiono addirittura come iniziate ai Misteri, appartenenti a congreghe più o meno organizzate le cui affiliate diventavano depositarie di una grande e inestimabile saggezza esoterica.

Le tre streghe, Daniel Gardner

Le bazure e i neonati

Nei racconti che popolano l’entroterra ligure, le bazure figurano sovente come donne assai attratte dai neonati e sono numerose le storie che vedono questi ultimi come destinatari di malefici lanciati dalle streghe.

Le genti di un tempo erano convinte che nottetempo trafugassero i bambini alle madri scivolate in un sonno pesante, troppo stanche dalle fatiche della giornata per accorgersi della sparizione del figlioletto. Con gli infanti rubati all’abbraccio materno, le streghe liguri giocavano a palla[6], rimbalzandoseli tra gli alberi di noce e di castagno o stando sospese sugli strapiombi. Proprio per l’interesse che le bazure dimostravano nei confronti dei bambini, a loro era proibito uscire dopo l’Ave Maria serale, se non volevano rischiare di fare qualche pericoloso incontro.

Il loro interesse per gli infanti troverebbe spiegazione – secondo le credenze popolari – nel patto che esse stringevano con il demonio: si macchiavano di infanticidio poiché, così facendo, avrebbero donato al maligno le anime dei piccoli non ancora battezzati[7].

E qui troviamo un collegamento interessante con una pratica medievale assai più diffusa di quanto si pensi, quella del répit, soprattutto nelle Alpi Occidentali. Poiché era credenza diffusa che i bambini morti non battezzati non potessero assurgere al Paradiso, per non consegnare i propri figli alle fiamme dell’Inferno o al triste Limbo, i genitori si affidavano a una donna in grado di riportare in vita il neonato per il tempo di un respiro (da qui la definizione à répit) necessario a ricevere il sacramento e consentirgli l’eterno riposo nell’abbraccio della terra consacrata. A officiare tale rito, tollerato dalla Chiesa fino a pochi decenni fa, erano spesso le stesse levatrici od ostetriche che avevano assistito la madre durante il parto. Inutile dire che, se la pratica del répit non avesse funzionato, con ogni probabilità a essere incolpata sarebbe stata proprio colei che la attuava…

E, sempre a proposito dei bambini, le puerpere si premuravano di rientrare in casa tutti i panni stesi dei neonati prima che calassero le tenebre, poiché era credenza diffusa che le bazure potessero servirsene per affatturare i piccoli malcapitati[8]. Ma non erano solo loro le vittime predilette… Alcuni racconti popolari testimoniano ancora che le bazure, per le loro fatture d’amore, si servissero di un indumento trafugato a colui (o colei) che doveva essere abbazzurato e tale accessorio veniva spesso strappato via dai fili del bucato.

Poteri magici e facoltà soprannaturali

Col tempo, l’immaginario comune ha reso responsabili le bazure di ogni nefandezza e scempiaggine. Poiché creature così infime non potevano essere innamorate della vita, si divertivano nel guastare il latte delle mucche e delle pecore, macchiandolo di sangue; potevano causare seri problemi di allattamento anche alle donne, ed erano dirette responsabili delle malattie del bestiame e dell’inaridimento delle mammelle delle mucche.

Tra i loro numerosi e più terribili poteri c’era quello della metamorfosi o trasfigurazione: potevano trasformarsi in gatte dalla coda lunga, in capre, in pipistrelli o in uccelli e, così trasformate, volavano ai convegni con colleghe lontane. A servirsi di questo incantesimo erano soprattutto le streghe di Triora, che raggiungevano così le loro sorelle sull’isola della Gallinara[9]. A conferire loro tali poteri poteva essere un arcobaleno: passandovi sotto, una strega poteva cambiare sesso o trasformarsi in ciò che desiderava, spesso in esseri demoniaci o dall’aspetto orribile e ferino.

All’occorrenza, inoltre, erano in grado di assumere le sembianze di un defunto o di un’altra persona, talvolta possedendone addirittura il corpo.

La cavalcata delle streghe, Viazzi Cesare

Erano maestre nell’evocare terribili tempeste, soprattutto le streghe di Ventimiglia e della Valmasque. Loro creazioni infernali erano la grandine e i fulmini che si abbattevano sulla terra. Avevano una conoscenza tale degli elementi e delle forze misteriose della natura da consentire loro di arrestare i mulini a vento, fermare le navi in mare, impedire che il grano germogliasse nei campi e che le piante fruttificassero. Tramite le loro polveri magiche, potevano dare vita non solo ai bruchi e alle cavallette che distruggevano i raccolti, ma anche ai topi che rendevano inutilizzabili le provviste.

Giasone e Medea, John William Waterhouse

Potevano danneggiare il prossimo in molteplici modi: gettando il malocchio, bruciando improvvisamente il pane dei fornai, facendo gelare il vino all’interno delle botti, convertendo l’amore in odio e viceversa, spingendo i lupi fin dentro gli ovili, facendo evadere i criminali dalle prigioni. Avevano l’ardire di sputare sulla croce e bestemmiare contro l’ostia durante la Santa Messa e, con le loro malie, potevano indurre i buoni cristiani a rinnegare la propria fede. Avevano influssi nefasti su ogni cosa: la guerra, l’amore, la fortuna, la gravidanza, gli spiriti… Niente era immune alla loro influenza[10].

Conoscevano l’uso delle erbe e le loro doti curative, così come le virtù dei semplici medicinali. Somministravano estratti vegetali e avevano un rimedio per ogni male, ma sapevano manipolare bene anche i veleni.

Con le piante e altri ingredienti fabbricavano filtri d’amore, confezionavano elisir in grado di mantenere la giovinezza e guarivano le malattie pur non essendo medici. Per fare tutto ciò si servivano di immagini di cera, filtri, amuleti, sostanze allucinogene e unguenti velenosi.

E, a proposito di questo, possedevano un olio speciale e a loro esclusivo utilizzo, grazie al quale volavano ai convegni notturni cavalcando manici di scopa o il dorso di un caprone. L’unguento stregato conteneva erbe che alteravano lo stato ordinario di coscienza, come la mandragora, la cicuta, l’aconito, il giusquiamo, la belladonna… Tra gli ingredienti più comuni figura anche la pelle di rospo, che contiene bufotenina, una sostanza altamente allucinogena. E le bazure lo conservavano all’interno del cosiddetto cornu de l’untu – il corno dell’unguento -, un contenitore che, a giudicare dal nome, era presumibilmente ricavato in un corno di caprone o di bovino, e in genere veniva conservato al sicuro da sguardi indiscreti, all’interno del camino domestico.

Tracce del Sabba e delle danze estatiche delle bazure rimangono ancora oggi nei cosiddetti “cerchi delle streghe” che, con un po’ di fortuna, si possono realmente osservare sulle praterie di certi monti delle Alpi Liguri. Sono punti in cui l’erba cresce enigmaticamente in verso contrario, disegnando un cerchio perfetto. La tradizione popolare voleva che un animale che si fosse nutrito in quel punto si sarebbe ammalato o avrebbe prodotto latte velenoso per i suoi cuccioli. E poi ci sono i racconti dei fuochi delle streghe, fulmini globulari dai movimenti repentini avvistati fino a un secolo fa in alta Valle Argentina, di cui diversi sono stati testimoni oculari[11]. Sfere luminose comparse persino in giornate limpide e terse pare siano salite dal fondovalle per raggiungere Triora. E, ancora una volta, per la popolazione fu inevitabile pensare alle bazure, a chi altri, se non a loro?

I luoghi prediletti per i conciliaboli erano fonti e fontane, lavatoi, orridi e polle d’acqua, ma non disdegnavano neppure certi oscuri carruggi dei borghi, quasi a farsi beffe di chi le perseguitava[12]. Tra i luoghi della tregenda figurano anche isole, spiagge, grotte, pietre sacre, anfratti e siti d’alta montagna. Per questo si tende a pensare che fossero depositarie di culti pagani, le ultime officianti dell’antica religione.

Circe, ohn William Waterhouse

In alcuni casi, come accade ad Andagna, le bazure possedevano una sorta di parola d’ordine per accedere ai loro luoghi di ritrovo: Vola, vola mignattùn che tra en unra mi ghe sun! [13] Vola, vola vampiro, che tra un’ora ci sono! Da questa formula dialettale di riconoscimento apprendiamo che la bazura ligure era considerata un essere succhia-sangue. Infatti, sebbene la parola dialettale mignattùn sia obsoleta e ormai caduta in disuso, pare fosse utilizzata in modo spregiativo per indicare una persona malvagia e per descrivere sia la sanguisuga che il pipistrello. Secondo la superstizione, la bazura poteva pungere con uno spillo i calcagni dei bambini e suggere il sangue dal piccolo foro così creatosi[14]. In questo, come in altri loro tratti caratteristici, somigliano alle Lamie della tradizione greca e latina.

Infine, esiste un antico proverbio popolare che può raccontare ancora qualcosa sulle streghe di questa regione. Si dice, infatti, che Quandu u ciöve c’u sue, e bàgiure i fan l’amùe [15]: quando piove con il sole, le bazure fanno l’amore. Non vi è qui nessun rimando a qualcosa di malevolo o malvagio, ma con questo detto si tentò di offrire una spiegazione mitologica all’origine di un evento atmosferico insolito e curioso, che suscita spesso sorpresa. La pioggia e il sole insieme paiono un controsenso, eppure in quella zona di confine tra il bello e il brutto tempo troviamo l’essenza della bazura ligure. E’ un riferimento al limine, a quel luogo di confine che da sempre è accomunato alla magia, al soprannaturale, alla comunicazione tra mondi e dimensioni differenti. Rappresenta l’indefinito, quel luogo del tempo e dello spazio che non è possibile racchiudere, catalogare, incasellare, poiché in esso esiste un continuo rimescolamento di energie. E così è pure la strega ligure: inafferrabile, sfuggente, assidua frequentatrice di zone liminali e devota all’oltre.

Jaqueline Wilson

E, nonostante ormai di queste figure si tenda a ricordare e perpetuare solo il negativo, sopravvivono racconti sporadici e preziosi come le rare stelle alpine, che tramandano la loro benevolenza e magnanimità nei confronti dei più meritevoli. Furono le bazure a benedire le acque dell’antico Lavatoio del Noce di Triora, che da allora divennero terapeutiche e assai benefiche per i malati. E fu grazie al consiglio di una bazura incontrata presso un’antica fonte[16] che un uomo divenne il capostipite di una delle famiglie più agiate di Triora. Pare avessero anche un buon fiuto per gli affari, poiché di loro si dice che fossero in grado di scoprire tesori nascosti. In questo somigliano alle fate, loro lontane parenti. Ma, in verità, potremmo dire che da loro non si discostino affatto; i destini di queste due figure del folklore sono talmente intrecciati che non è più possibile parlare delle une senza citare le altre.

Non importa, in fondo, se diamo loro il nome di bazure, di fate o di sagae: le definizioni restano umane. A importare è la forte essenza del femminile, la sua magia e il suo carattere sapienziale, non ancora sradicati nonostante i secoli di demonizzazione.

©Melania D’Alessandro per spondediboscomadre.com

Bibliografia e sitografia:

  1. Le streghe e l’Inquisizione. Superstizione e realtà, P. Francesco Ferraironi, Cav. A. Dominici Editore (1988)

  2. Le streghe. Storia di donne che nacquero fate e morirono amanti del diavolo, Vanna De Angelis, Piemme Pocket (2003).

  3. Leggende delle Alpi, Maria Savi-Lopez, Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella (2014)

  4. I segreti di Triora. Il potere del luogo, le streghe e l’ombra del boia, Maria Antonietta Breda, Ippolito Edmondo Ferrario, Gianluca Padovan, Ed. Mursia (2010).

  5. http://www.cultura-barocca.com

  6. http://www.cumpagniadiventimigliusi.it

Alcune credenze popolari legate alle bazure sono state raccolte oralmente.

Vietata la riproduzione del testo con qualsiasi mezzo o strumento senza l’autorizzazione e l’attribuzione dell’autrice.

 

NOTE:

[2] P. Francesco Ferraironi, Le streghe e l’Inquisizione. Superstizione e realtà, Cav. A. Dominici Editore [1988], p.56.

[3] IBIDEM, p.20.

[4] IBIDEM.

[5] IBIDEM, p.27.

[6] IBIDEM, p. 9.

[7] IBIDEM, p.27.

[8] IBIDEM.

[9] IBIDEM, p. 10.

[10] IBIDEM, pp. 24-27.

[11] M. A. Breda, I. E. Ferrario, G. Padovan, I segreti di Triora. Il potere del luogo, le streghe e l’ombra del boia, Ed. Mursia [2010], p. 381.

[12] Un luogo di ritrovo di questo genere è ricordato dalle fonti trioresi e identificato in Via Dietro la Colla, dove esisteva ancora negli anni Venti un’antica statua rappresentante una divinità femminile arcaica, ormai andata perduta. Altro sito di riunione delle bazure era il vicolo Dietro la Chiesa, in prossimità dell’attuale Collegiata, là dove un tempo si pensa sorgesse un luogo di osservazione delle stelle e un centro cultuale pagano.

[13] P. Francesco Ferraironi, Le streghe e l’Inquisizione. Superstizione e realtà, Cav. A. Dominici Editore [1988], p.10.

[14] IBIDEM, p. 27.

[15] IBIDEM, p.9.

[16] La Fontana di Campomavùe, anche conosciuta come Fontana delle Streghe.

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