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La prigionia è finita (per ora)

E così, un altro anno scolastico è giunto al termine per la gioia di molti.

Alcuni genitori saranno disperati, in quanto, il sistema in cui viviamo non permette a tutti di stare a casa a guardare i propri bambini. E’ vero che ognuno può crearsi la propria realtà, ma… siamo onesti, nella pratica, a volte, per cambiare le proprie memorie non basta una vita. Per non parlare dei nonni che, giunti all’età del riposo, per permettere ai figli di lavorare, si trovano con fanciulli in crisi d’astinenza di libertà e devono fare da baby sitter. Comunque non è questo il tema che desideriamo affrontare oggi.



Il fatto è che, seppur andando probabilmente contro diverse famiglie, siamo contente che i bambini e i ragazzi ora possano evadere per qualche mese da questi penitenziari.

Be', in verità, non ne escono del tutto... Sono così tanti i compiti per le vacanze, che lo svago resta sempre dimezzato, ma quantomeno questi doveri si possono svolgere in altri ambienti.

Avete mai osservato gli edifici scolastici? Diciamolo… noi non ci passeremmo mezz’ora là dentro, eppure i nostri figli sono costretti a farlo per nove mesi l'anno e, soprattutto, per cinque, sei, otto ore al giorno, talvolta alzandosi alle 6:00 del mattino per essere in classe entro le 7:50. Locali bui, decadenti, spesso anche freddi e umidi, in contesti ambientali deprimenti.

Tuttavia, non è questa la cosa peggiore. Il vero danno è la creazione di modelli standard stereotipati (individui) che siano docili, puntuali e obbedienti lavoratori (=schiavi).



Sì, sì, lo sappiamo bene che c’è e c’è stato di peggio al mondo che studiare, ma essere plasmati per crescere, lavorare, produrre e morire non sembra proprio un grande piano, ed è proprio questo che il nostro sistema scolastico cerca di fare.

E’ un progetto nobile? Si deve realizzare una sorta di curriculum celato. L’intento è ammaestrare le menti, creare una massa. L’istruzione non è volta tanto al sapere quanto verso la personalità da dirottare su certi binari. L’alunno non deve e non può essere un pensatore, un propulsore, bensì un ricettore. L’alunno non può essere umano, dev’essere un processore dotato di una RAM prodigiosa.




Quelle teste sono costantemente riempite di nozioni ogni giorno. Non si tira mai fuori bellezza da quelle menti, anzi, quella bellezza va soffocata con informazioni sempre nuove e, nell'apprenderle, tutti devono essere alla pari, omologati. Come dei codici. Che importa se Tizio è più portato per delle materie piuttosto che per altre? Che importa se Caio ha i suoi tempi per apprendere? Che importa se Pincopallino è più predisposto a dare al mondo la sua arte manuale, piuttosto che concetti imparati a memoria?

Dietro la giustificazione del "serve imparare" ecco che di quel ragazzo se ne osserva solo una parte: la capacità cognitiva e di apprendimento. Le sue emozioni, i suoi stati d’animo, passano in secondo (decimo) piano: "Adesso studia, poi si vedrà".



Ricordiamo il significato del termine educere, cioè educare, ossia tirare fuori; esattamente l’inverso di mettere dentro.

Il programma deve essere ultimato entro giugno. Non si può perdere tempo, non c’è tempo per giocare e svagarsi… “Giocherai poi a casa… Ah! No! A casa devi studiare per l’indomani, a meno che tu non abbia da andare a calcio o al conservatorio o a catechismo, altrimenti studierai poi stasera, dopo cena”.



Gli anni passano, accadono sempre più cose nel mondo, ma si inizia sempre dalla preistoria. Oggi, in alcuni licei, anche per Educazione Fisica si hanno tre libri di testo. Oggi, anche in terza Materna (attuale Scuola dell'Infanzia), si inizia a studiare italiano e Inglese.

E i genitori sono felici. Felici che il loro bimbo di tre anni sappia già dire “Ei, Bi, Si, Di…”, felici che quel piccolo, anziché manifestare le sue emozioni attraverso il disegno, scriva “A, B, C, D…” senza uscire dai puntini, felici che quel ragazzo prenda un bel voto… felici di avere degli apparenti geni in famiglia, piuttosto che esseri gioiosi.

E, naturalmente, se non porti a casa un buon giudizio, guai!

Oggi ci capita di parlare con persone che, ormai quarantenni o cinquantenni, sono ancora vittime delle memorie inerenti al giudizio del voto scolastico e, di conseguenza, dell’essere amati o meno dal genitore? Oh, si! E, purtroppo, anche i giovanissimi, talvolta, ci chiedono aiuto. Nel momento in cui si porta a casa una nota positiva, la mamma e il papà sorridono, comprano regali (premi), preparano quello che è il piatto preferito, organizzano uscite... ma se si arriva con la nota negativa, data probabilmente da un professore nevrotico, stressato e depresso - perché sì, anche gli insegnanti sono esseri umani - allora sono problemi seri: punizioni, sberle, espressioni di rabbia, musi lunghi, e il messaggio indiretto, ma doloroso come uno schiaffo: “Tu non vali niente!”.



Genitori compiaciuti di tutto questo sistema. E che onta, che vergogna, se proprio in una dimensione così importante come quella della scuola il figlio viene meno!

Viene meno dell’altro perché è il paragone, in fondo, l’unica cosa che conta. Quello che inizia con l’alzata di mano in classe per rispondere in modo corretto alla domanda e che plasma l’espressione dell’insegnante. Il giudizio altrui è quello che più serve per andare avanti bene nella vita. Se non sei bravo a scuola sei una nullità, un ignorante, un fannullone. Marchiato per anni.



Una formula come quella del nostro sistema scolastico, nella quale il bambino o l’adolescente passa gran parte della sua giovinezza, è assolutamente educativa, nel senso che, volente o nolente, ne forma la personalità.

Vale a dire che plasma il 50% di un individuo. La metà di tutto quell’Essere è forgiata dalla scuola! Una forgiatura che resterà impressa nelle memorie della persona per tutta la sua esistenza.

Quel maestro non è un maestro: è una guida, è come se fosse un genitore. Il ragazzo passa con lui la maggior parte dei suoi primi vent’anni! Ma l’unica cosa che conta è che quell’alunno dev’essere bravo in matematica e in storia e in italiano e in diritto e in etc… etc… etc…

Ricordiamo bene come a giugno, ogni volta che si finiva l’anno scolastico, l’unica cosa che sapevano chiedere tutti quelli che incontravamo per strada era: "Sei stata promossa?". Non esistevano altre domande di nessun’altra natura. Potevamo aver compiuto mille faccende in nove mesi, ma l’interesse era riservato non a come fosse trascorso quel periodo di scuola, ma soltanto al giudizio: promozione VS bocciatura.

Sia chiaro, siamo le prime a sostenere l’istruzione, il sapere, la conoscenza. Anzi, le riteniamo l’arma più importante per un individuo. Uno strumento dall’inestimabile valore. E’ attraverso la conoscenza che l’Uomo si salva, ma serve essere consapevoli delle grandi tare del nostro sistema scolastico. Il linguaggio dell’intero Universo si basa sulla matematica. Non importa cosa si voglia “fare da grandi”, essere istruiti serve sempre. Occorre sia per svolgere una qualsiasi professione che per sopravvivere, ma con altre basi, secondo il nostro parere.

Ciononostante, si sfornano acute menti da tutto ciò. Immaginate cosa accadrebbe se, oltre a produrre tali cervelli, se ne formasse, se ne nutrisse bene, se ne aiutasse anche la parte psico-emozionale.

Per il bambino che non può permettersi una certa marca di scarpe, per le prese in giro, per quello violento, per quello solitario, per il secchione che è secchione perché non ha altro, per tanti… per tutti.




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