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  • Immagine del redattoreMagMel

L’Alchimia e il politically (in)correct

All’Alchimista le etichette piacciono pochissimo.

Qualsiasi tipo di dipendenza, compromesso, schiavismo, raggruppamento… provoca nell’alchimista una specie di eczema cutaneo pruriginoso che lo obbliga all’osservazione. Ed essendo, l’alchimista, anche umano… non ne ha sempre voglia.

L’alchimista subisce una trasformazione immediata in William Wallace e inizia a gridare “Freeeeeeeedom!!!”.



Qualche giorno fa, su un social, mi è capitato di vedere il video di una ragazza (una giovane musicista che canta in una piccola band) che si è auto registrata per lamentare il seguente fatto:

Lei è l’unica femmina del gruppo ed entrando in sala prove con i suoi compagni ha incontrato altri tre ragazzi dentro la stanza.

Questi tre ragazzi, vedendo entrare il gruppo, si sono voltati ed educatamente hanno esclamato “Ciao a tutti!”.

Questo “Ciao a tutti” però non è stato apprezzato dalla protagonista del video che, contrariata, raccontava di come si fosse sentita esclusa a causa di quel “tutti” visto come un aggettivo unicamente maschile.


Facciamola breve, tanto, dopo queste righe, avete già capito dove voglio arrivare.



Ora, l’ormai strafamosissimo ed esasperato (esasperante meglio) “politically correct”, nasce diverso tempo fa per difendere i diritti degli emarginati sociali. Coloro che venivano indicati come diversi ed etichettati dalla massa. La minoranza assumeva un nome, quasi a non essere semplicemente un - essere umano - come gli altri ma… un gay, un nero, un trans, un musulmano…

L’ideale era bellissimo, una sorta di difesa verso chi veniva preso e messo in una determinata categoria (già su questo ci sarebbe da dire molto poiché, implicitamente, si creano classi anziché uguaglianza).

Tuttavia, come accade la maggior parte delle volte, un qualcosa di “bello” viene poi prontamente trasformato dall’Uomo in un qualcosa di negativo, deleterio e, ovviamente, ostentato. Non se ne ha mai abbastanza. ‘Sto vuoto dentro non si riesce a colmare.


Ciò detto, non essendo io ne una sociologa, ne’ un’antropologa non posso stare qui a fare filosofie sulla cultura e la natura umana, non ne ho le competenze ma sono una studiosa di alchimia e conosco chi siamo, cosa siamo.

Dico questo perché, tornando alla ragazza grazie alla quale ho iniziato questo post, continuo dicendo che è accaduta anche a me la stessa cosa: è capitato anche a me di entrare con dei maschi in una stanza piena di altri maschi e rispondere al saluto “Ciao a tutti”. Solo che io…. l’ho apprezzato molto!



Non ho bisogno di un riconoscimento dato da leggi nutrite in modo demoniaco per sapere chi sono. So chi sono di mio. Mi avrebbe disgustata un “Ciao a tutt…”. E che sei un abruzzese? (Con rispetto verso tutti gli abruzzesi, ne conosco un sacco e ci vogliamo un gran bene).


Il fatto è che mi riconosco da sola, non ho bisogno siano gli altri a riconoscermi. E, per una imprescindibile Legge della Risonanza, automaticamente, vengo riconosciuta.


Non lo trovi un po’ troppo comodo e presuntuoso delegare sempre ad altri la responsabilità di tutto? Questo non è – rispetto -. Il rispetto è ben altro ed è, soprattutto, una conseguenza.

Questo fa sì ch’io lo riceva il riconoscimento.

Forse non conosci come funzionano le frequenze se passi la tua vita e sprechi le tue energie ad arrabbiarti o a pretendere un determinato parlare. In pratica otterrai rabbia e un determinato parlare appunto. E’ semplice.

Ma torniamo a me….


Tant’è che, una volta entrata in quella stanza, con tutti gli amici maschietti attorno, alcuni dei ragazzi che erano già dentro, si sono avvicinati a me per chiedermi come stavo o quali fossero i miei impegni in quel periodo. C’era interesse verso di me, arricchito da sorrisi, complimenti e educazione.



Cos’altro avrei potuto desiderare di più? Una "A"? Una A per riconoscere la mia parte femminile? O un intercalare stoppato in perfetto stile burundi? (Anche verso i burundesi non ho nulla di male sia chiaro).

Ma non scherziamo!

Immaginatevi ringraziare un gruppo di persone “Siete stat tutt molto carin nell’esservi comportat così, vi ringrazio!”. No… ammettetelo, dai! Avete firmato un contratto per innalzare qualche incomprensibile dialetto che stava andando perdendosi… non ci sono altre spiegazioni.



E questa cosa ha preso così piede che nella scrittura viene utilizzato persino l’asterisco! Ossia, la frase sopracitata deve essere scritta così “Siete stat* tutt* molto carin* nell’esservi comportat* così, vi ringrazio”. C’è, in pratica, un vago ritorno al geroglifico perché non bastava essere proprietari di una delle lingue più complesse, perfette e meravigliose del mondo come da secoli viene definita.


E insomma che, chi ha un bisogno incredibile di colmare un nulla dentro di sé, si attacca con le unghie e con i denti nascondendosi dietro quello che sembra un - diritto civile - pur di dettare la sua legge e avere i suoi cinque minuti di gloria.

Verrò tacciata di politically incorrect per il fatto che non sono e non voglio essere una schiava. E nemmeno un’inferiore e non mi ci sento inferiore, ne’ paladina di niente. Semplicemente amo e mi preoccupo di amare. Che schifo vero?


La dipendente di un modus o di una lingua? Nooo… non io. Quando vedo una persona vedo un’anima, non vedo il suo sesso. Non giudico. Non m’interessa a che religione appartiene o che mire sessuali ha se io e lui/lei andiamo d’accordo e ci rispettiamo a vicenda. Non mi interessa prenderla e recluderla in una categoria. Ostentare il suo ceto sociale, il suo modo di nutrirsi o il colore della sua pelle.


Esiste una citazione splendida di Oscar Wilde che recita – Da ciò che ostentano capirai di cosa sono privi -.



Meraviglia! Bastano queste poche parole a spiegare tutto! Ostentano identità perché non hanno un’identità.

Se si sente questo bisogno non si è liberi. L’anima non ha bisogni. Prova ad osservare la grande mancanza che provi dentro.


Quando eri bambino (e parlo al maschile proprio perché sono incorrect) amavi e basta. Le parole neanche le ascoltavi. Amavi uno sguardo, amavi un’emozione, un gesto. Oppure avevi paura di un modo di fare. Ma non era una moda quella che governava il tuo essere.

Perché purtroppo è questo il problema: sta diventando una moda e tu senti di volerti omologare per essere accettato.

Gli ideali appartengono all’essere umano da quando ha fatto capolino sul pianeta terra, nessuno discute l’importanza di un ideale. Si combatte, si muore per un ideale. Ma cos’è un ideale all’8° bassa? Preso dal suo lato più oscuro? Perché sì… e anche questo è imprescindibile, ogni cosa ha due facce.

Si chiama Legge della Polarità. Ed è una Legge Universale alla quale niente e nessuno può sottrarsi.


Photo notizie.top – ehlionlanguageconsultancy – alground – elle – ticinolibero – wikipedia


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